Oggi ho letto un interessante articolo riguardante il rapporto tra i giovani ed i videogiochi: lo trovate a questo indirizzo.Benchè quello il particolare si riferisca a statistiche americane, l'argomento trattato è di quelli che suscitano parecchio interesse anche dalle nostre parti, in particolar modo in un ambiente come il nostro!
Apriamo una piccola discussione a riguardo: cosa ne pensate voi del rapporto tra videogiochi e società?
Ritenete che chi passa troppo tempo davanti al monitor (ovvero praticamente tutti noi) sia per forza un asociale pallido e rachitico destinato al suicidio, o che ci siano vie di mezzo più realistiche? ;-)
Siete sostenitori del motto "Nerd è bello"?
Siete di altre opinioni?
Fateci sapere! :-)
2 commenti:
Sono notevolmente combattutto sull'argomento in verità.
Una cosa è sicura secondo me però: se uno è asociale, che ci siano i videogiochi o no lo è e lo rimane. Parlo dei videogiochi online ovviamente, questi possono essere sicuramente un modo per portarlo a contatto con altre persone con interessi simili.
Chi di solito da' del nerd o dell'asociale a qualcuno non ha una visione molto chiara di tale condizione penso. Un nerd, un asociale, uno "sfigato" o semplicemente una persona molto introversa non è che si isola perchè gli piace fare l'eremita, ma perchè in mezzo agli altri ci sta male. Poi chiaramente ci sono vari gradi di isolamento, dalla predisposizione ad essere solitari fino allo scadere nel patologico.
I videogiochi in questo frangente secondo me possono aiutare molto. Non arriverei tuttavia a parlare di impegno sociale e politico come in quell'articolo, un videogioco è pur sempre un videogioco e imho non serve a formare una persona sotto quegli aspetti. Sono soltanto mezzi di divertimento in più per chi non ama infilarsi in discoteche o pub.
Nerd è bello? Nerd non la vedo come una scelta sinceramente, è più una predisposizione caratteriale. Molti non-nerd dicono che basta uscire di casa per divertirsi, ma non a tutti è chiaro che per alcuni questo crea stati d'angoscia. Non siamo fatti tutti allo stesso modo, e ognuno dovrebbe riuscire comunque ad avere il suo spazio e la sua felicità. E il raggiungimento della felicità è una cosa prettamente soggettiva, è un traguardo diverso per ciascuno di noi.
La cosa importante è che nel momento in cui una persona, che sia un nerd o altro, è insoddisfatta di sè stessa e della sua vita, trovi il modo di cambiare e raggiungere il suo traguardo.
Io da bravo Nerd (sicuramente membro della suddetta categoria 10/15 anni fa, ora magari il termine non ha più ragione d'esistere data la massificazione dell'informatica) ho un punto di vista probabilmente poco obiettivo e troppo contaminato dalla situazione personale, però la vedo abbastanza come Sergio: l'isolamento di un ragazzo davanti ai videogiochi non è una causa, ma una conseguenza.
La situazione è oggi sicuramente cambiata rispetto a quando ci si chiamava dalla finestra di casa per fare una partitella a calcio, quando a scuola si parlava del film in TV della sera prima e quando chi videogiocava era un soggetto da evitare in quanto anormale. Oggi parlare di videogiochi con gli amici, trovarsi per fare una partita alla Playstècion o fare le ore piccole davanti al PC per giocare a WoW è considerato normale. I genitori non si preoccupano più di tenere i propri figli lontano dai monitor ma di tenerli lontani dalle strade.
Quando il termine Nerd si sentiva pronunciato come un insulto, chi ne veniva insignito era molto più spesso un semplice appassionato di videogiochi piuttosto che un ragazzo con problemi sociali, ma anche in questo secondo caso i "giochini" [mi costa fatica scrivere questa parola: mi viene un nervoso a sentirla ancora oggi...] non erano che gli unici compagni di gioco che potessero dare qualche piccola soddisfazione, non uno strumento demoniaco per portare alla perdizione.
Oggi che i videogiochi sono adatti ad ogni età, vengono venduti al supermercato, si trovano online e vengono giocati dai figli a volte con i propri genitori, anche gli scienziati, gli studiosi e persino i benpensanti di un tempo, sono pronti a sfornare ricerche secondo cui il contatto virtuale è positivo, incentiva quello reale, ed è in grado di favorire lo sviluppo del pargolo indifeso.
Quanta ipocrisia.
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